Omelia di don Edmondo Lanciarotta – parroco
In questi giorni celebriamo il centro vitale ed unico del mistero di Dio rivelato da Gesù, celebriamo la Pasqua del Signore, passione, morte e risurrezione di Gesù: ed oggi l’inizio di questa pasqua con il banchetto dell’Eucaristia: durante la cena di Pasqua Gesù consegna se stesso nello spezzare il pane, l’Eucaristia, trasmette il comandamento dell’amore, istituisce il sacerdozio e pone il gesto della lavanda dei piedi. Impossibile contenere questo mistero con la mostra mente, con il nostro cuore: è come se si volesse far rientrare nel secchiello tutta l’acqua del mare: impossibile. Tuttavia il bambino che gioca con il secchiello e ripetutamente va a riempirlo d’acqua e trascorre il tempo, la sua giornata: questo immagine possiamo riferircela a ciascuno di noi, potrebbe diventare l’immagine di ciascuno di noi; non è possibile contenere tutto il mistero di Dio, pur tuttavia possiamo riempire la nostra mente e il nostro cuore di questo mistero e ripetutamente, incessantemente ‘giocare’ con questo mistero, cioè trascorrere la vita, e ripetutamente riempire il cuore e la mene attraverso il sacramento, per vivere sempre più il mistero di Dio nella nostra vita.
1.Ho desiderato ardentemente fare la pasqua con voi. Pasqua di Gesù con i suoi amici: ‘Ho desiderato ardentemente fare pasqua con voi’. In quel banchetto pasquale Gesù ha voluto consegnare se stesso nel pane spezzato e nel vino versato ai suoi amici, prima della sua morte e risurrezione. Questo banchetto riassume tutta la vita di Gesù: sintesi di tutta la storia di salvezza iniziata con Abramo e proseguita con Mosè e i profeti per la salvezza definitiva dell’uomo dal peccato e dalla morte. Questa storia continua con e in ciascuno di noi, protagonisti, attori, partecipi dell’azione salvifica di Dio, in modo che questa storia diventi la nostra storia, la storia di Dio che ci salva. In quel banchetto, Gesù si è consegnato ai suoi discepoli nel pane e nel vino: ai discepoli che lui aveva scelto, anche se si presentavano poveri uomini, deboli e fragili, alcuni anche traditori, altri rinnegatori, ladri, invidiosi, ambiziosi, orgogliosi, impauriti, atterriti, angosciati, fragili, deboli, poveri… peccatori, eppure Gesù si consegna a loro.
2.Gesù si consegna nel pane e nel vino. Come allora, e da allora per sempre in ogni eucaristia, Gesù consegna se stesso nel pane e nel vino, si fa nostro cibo, nostro nutrimento perché noi viviamo della sua stessa vita, partecipiamo della sua vita divina, diventiamo perfino il suo stesso corpo. Come allora, anche oggi, Gesù dice: ’fate questo in memoria di me’. Cosa vuol dire? Non solo ripetere, rifare il gesto, cioè mangiare e bere, ma consegnarci nel pane e nel vino, o meglio, fare della nostra vita quello che Gesù stesso ha fatto, cioè un dono d’amore a tutti: spezzare la nostra vita per amore ai fratelli, versare la nostra vita, consumare la nostra vita per amore dei fratelli che incontriamo ogni giorno nel nostro cammino. Consumarci per amore, spezzare la nostra vita, dare tutto noi stessi per gli altri, considerati e riconosciuti nostri fratelli, come Gesù stesso ha fatto e grazie allo stesso Gesù, che ci mette nelle condizioni di poterlo fare. Durante quel banchetto pasquale Gesù per evidenziare ulteriormente questo gesto, che riassumeva la sua vita ed era anticipo del suo ultimo sacrificio, ha posto un altro segno; la lavanda dei piedi. Ha voluto lavare i piedi dei suoi amici e poi ha invitato i suoi discepoli a fare altrettanto, in modo che tutti i suoi, cioè la chiesa, ed anche noi, possiamo mettere la nostra vita a servizio gli uni degli altri. Gesù con quel gesto si è inginocchiato davanti ad ognuno dei suoi discepoli, senza differenza, e desidera che anche noi facciamo lo stesso: cioè, ci inginocchiamo davanti ad ogni uomo e donna che incontriamo, senza differenze; diventare chiesa che si prende cura di ogni uomo e donna, chiesa che sempre si mette alla scuola del suo ‘Maestro e Signore’, sempre serva. E questo servizio pieno, totale, gratuito, fino al dono di sé è possibile solo se mangiamo il pane di vita e beviamo il calice della salvezza, cioè solo se ci nutriamo della vita di Cristo, se ci cibiamo dell’eucaristia.
3.La resistenza e la resa di Pietro. Pietro provocato dal gesto della lavanda non capisce e si rifiuta:_’non mi laverai mai i piedi’. L’immagine che egli ha del Messia, e quindi di Dio, cozza dinanzi a quella che gli viene indicata e proposta dal Maestro e Signore. Accettare quest’ultima significa per lui cominciare a ridisegnare il suo universo religioso, a partire da un Dio che nel messia Gesù si rivela come amico-schiavo felice di morire per l’uomo. I conti non tornano, le parti si sono invertite: ’Signore tu lavi i piedi a me?’ Io sto in ginocchio a te come tuo schiavo, non il contrario. Il discorso è chiaro: non confondiamo i ruoli; Dio è Dio e l’uomo e uomo. Ma Gesù gli risponde:’ se non ti laverò, non avrai parte con me’. ‘Aver parte’ è un’espressione semitica che indica l’eredità che Dio accorda al suo popolo. In bocca a Gesù, significa l’esclusione di Pietro alla comunione con lui nel tempo presente e alla eredità eterna come essere per sempre con lui dove lui è. Il solo pensiero di perdere l’amicizia e la presenza di Gesù fa dire a Pietro: ’Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo’. Pietro non ha bisogno di tanto: la parola accolta lo ha già reso mondo. L’incredulità e l’odio, il grande male che contamina l’uomo, gli sono estranei; ciò che gli manca è la piena intelligenza del Padre in cui crede e del Figlio inviato. E questo, ciò che gli manca è quanto la lavanda dei piedi indica. E’ a questo che Pietro deve arrendersi dopo tanta resistenza. E in lui ogni uomo vede sé stesso, nella sua incapacità a cogliere Dio e il Figlio ai propri piedi, come servi, come servi che amano follemente fino a consumarsi, a perdersi. Comprendiamo, allora, meglio che l’esperienza cristiana è innanzi tutto questo lasciarsi amare incondizionatamente, un amore che rende pulito tutto ciò che tocca: la mente, il cuore, il corpo, i piedi. Un amore che non si nega neppure al nostro fratello Giuda. Il resto è conseguenze, è frutto che nasce da quest’unica radice.
4.Diventare lavanda dei piedi. Gli amati rispondono all’amore con lo stesso gesto: come la donna di nome Maria lava e unge i piedi di Gesù, e in lui il Padre, serva libera e nella gioia. Come Gesù, e in lui il Padre, si fanno reciprocamente e a tutti lavanda dei piedi, felici di avere finalmente appreso il come stare al cospetto dell’uomo: non da padroni, ma come amici, servi per amore della loro vita, fino a morirne.
5.Lasciarci amare da Gesù. Tutti noi constatiamo la difficoltà e la fatica a mettere la nostra vita a servizio degli altri; tutti constatiamo che non è facile lavare i piedi agli altri, non è facile prenderci cura degli altri, metterci a servizio degli altri. Ma è ancora più difficile lasciarsi lavare i piedi, cioè lasciarsi fare da Dio, cioè avere bisogno di Dio, di perdono, di tenerezza, di amore. Infatti, non è facile perdonare, amare, servire, ma è ancor più difficile lasciarsi amare, lasciarsi lavare i piedi da Dio. Qui tocchiamo il nucleo centrale, il vertice: non siamo noi i protagonisti di questo metterci a servizio gli uni degli altri. Infatti, ci illuderemmo in modo pericolosissimo pensando di esser bravi perché ci mettiamo a servizio degli altri e facciamo della nostra vita un dono, perché, metteremmo al centro noi stessi. Occorre invece riconoscere il primato di Dio nella nostra vita, sempre, cioè che viene prima il desiderio di Dio, la sua passione di prendersi cura di noi, il suo instancabile farsi nostro servo; e tutto questo per amore divino ed incomprensibile umanamente. Occorre quindi che ognuno di noi difronte a questa proposta di Gesù, non faccia ostacolo, come lo ha fatto Pietro, ma accolga la proposta di Gesù. Occorre lasciarci fare da Dio, che ci lasciamo amare da Dio in Gesù. Solo così avremo parte al suo amore: occorre aver bisogno di Dio, di amore, lasciarci amare, diventare mendicanti di amore. I discepoli, gli amici di Gesù, in quell’ultimo banchetto erano uomini poveri e miseri, peccatori e fragili, orgogliosi ed invidiosi, traditori e rinnegatori: ciò nonostante Gesù li ha chiamati e considerati ‘amici’: anche noi siamo i suoi amici, ognuno con le proprie miserie ed infedeltà, cattiverie e peccati: e comunicando alla sua stessa vita, possiamo essere messi in condizione di poter vivere la sua stessa vita divina nella nostra vita umana, storica, quotidiana. Il pane che mangiamo ci dà la forza e la grazia per continuare a vivere seguendo Gesù, cioè vivere come Gesù è vissuto, assumere quanto prima i suoi atteggiamenti, farli nostri, comportarci ogni giorno come si è comportato Gesù.
6.Mangiare il corpo di Gesù e bere il suo sangue. Se mangiamo questo pane, se ci cibiamo di questo corpo, partecipiamo al banchetto, e così prendiamo forza per seguire Gesù sulla via dell’amore, dell’amore che soffre e si dona. Così se liberamente e gratuitamente accogliamo il suo invito saremo messi nelle condizioni di poter diventare sempre più suoi discepoli che lo testimoniano nella storia quotidiana, riscoprendo la bellezza della fraternità, e di vivere gli uni gli altri con lo stesso amore con cui Gesù ci ama. Quindi l’espressione di Gesù a Pietro è per tutti: ‘Tu ora non lo capisci, lo comprenderai dopo’. Intanto lasciati amare, lasciati lavare i piedi, intanto lasciati nutrire, lasciati amare da Dio, e poi la comprensione arriverà.