Omelia di Don Edmondo Lanciarotta – parroco
Papa Francesco con la Bolla che ha indetto il Giubileo della speranza del 2025 invitava la chiesa tutta a porre segni di speranza verso fratelli e sorelle che vivono nel bisogno, nel disagio e nella sofferenza: detenuti, ammalati, giovani, migranti, anziani, poveri, cioè ad aprire gli occhi e il cuore verso i poveri, verso coloro a cui manca il cibo, la casa, il vestito, il lavoro, la famiglia, gli affetti, il senso della vita, la salute, evidenziando l’opportunità di riscoprire le opere di misericordia. Le sette opere di misericordia spirituale sono: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese ricevute, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Le sette opere di misericordia corporale sono: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti.
“Le opere di misericordia sono le azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali”(CCC 2447). Sono segno della misericordia, che è un attributo di Dio nella vita quotidiana. Non sono opere della ‘Legge’, ma espressione della fede che si attua attraverso la carità (Gal 5,6). Operando in questo modo manifestiamo di essere figli di Dio misericordioso. Praticare le ‘opere’ equivale perciò a farsi carico dell’uomo nella sua completezza e impegnarsi a salvaguardarne la dignità. Significa esprimergli vicinanza, amicizia, accoglienza, tenerezza, ma anche preoccuparsi a rimuovere le cause della sua povertà dell’emarginazione, facendolo uscire dallo stato di dipendenza, come suggerisce il Concilio (AA.8)
Si tratta allora per tutti noi di individuare modi, forme, azioni, atteggiamenti, comportamenti…concreti che manifestino a livello personale, familiare, comunitario la carità di Cristo, riscoprendo e riattualizzando in maniera creativa le ‘tradizionali opere di misericordia spirituale e corporale’. Non la mera materialità del gesto, quanto invece una vera manifestazione dell’amore di Cristo attraverso il gesto nella consapevolezza che è il Cristo che agisce in noi.
Abbiamo voluto quest’anno giubilare, in questa Via Crucis porre come stazioni, soste nel cammino di Gesù verso la croce, la nostra àncora di salvezza, in questo mare in tempesta nel quale come chiesa siamo immersi, tutte 14 opere di misericordia che la Tradizione cristiana ci consegna. Diventa il nostro impegno di fare come Gesù, di farci prossimo degli altri, di fare il pellegrinaggio, l’itinerario verso i poveri, di diventare pellegrini di speranza, di porre segni di misericordia, segni di speranza, realizzando concretamente quello che Gesù ha fatto nella sua vita e consegnato nella sua ultima cena: ’Fate questo in memoria di me’.

Nel Vangelo di Matteo al cap 25 il Cristo, Giudice ultimo e definitivo della storia umana e universale, chiama beati, cioè santi, e li convoca al banchetto di nozze eterno tutti coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, tutti coloro che hanno vestito i nudi, consolato gli afflitti… cioè tutti coloro che hanno concretizzato qualcuna di queste opere dette di misericordia. E la motivazione è perché questi gesti sono stati rivolti a lui stesso, cioè Gesù si è identificato nell’affamato, assetato.. in coloro che vivono situazioni di bisogno, di sofferenza.
Ad un primo approccio alcune ci sembrano facili da comprendere, alcune anche da realizzare. Altre dopo la prima impressione si rivelano difficili da concretizzare, altre ancora estremamente complesse, quasi irrealizzabili, anche per le profonde trasformazioni che i fenomeni connessi procurano e che interpellano le nostre coscienze, forse ancora in ritardo nella riflessione e nella loro comprensione. Occorre un supplemento di preghiera e di discernimento per comprenderle nella loro portata storica e nell’urgenze di essere vissute con il personale coinvolgimento e specifica creatività, condizioni indispensabili per creare stili di vita condivisi, costumi, abitudini, atteggiamenti, che diventano così cultura a partire dalla vita delle nostre comunità cristiane.
Anche in questo modo, le opere di misericordia possono aiutare tutti noi, tutte le comunità cristiane a vivere e a presentarsi come comunità di amore, cioè impegnate simultaneamente a realizzare nel proprio interno logiche di comunione e ad aprirsi a tutti i problemi e le sofferenze del mondo, anche perché notiamo diverse sproporzioni nelle nostre chiese: per esempio fra il numero dei cristiani che si dedicano alla catechesi, all’animazione liturgica e quelli che si dedicano alla diaconia di carità; fra chi rimane costante nel servizio e chi incomincia e dopo un po’ lo lascia; fra chi si impegna nel servizio di carità e la comunità cristiana che rimane inerte e passiva.
Allora in questo anno giubilare, anche a partire da questa Via Crucis desideriamo fare sintesi tra annuncio del vangelo, eucaristia e carità: l’amore per gli uomini che scaturisce dal cuore di Dio, come frutto dell’eucaristia è già esso stesso annuncio di Dio. S. Giovanni Crisostomo nel IV secolo d.C scriveva: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità….Il Corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure: mentre quello che sta fuori non ha bisogno di vasi di oro, ma di anime d’oro…Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errando e pellegrino, bisognoso di tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le colonne e i muri dell’edificio sacro….Dico questo non per vietarti di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire , insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri o , meglio, perché questo sia fatto prima di quello” (S.Giovanni Crisostomo Om 50,3,4; PG 58, 508-509). Quindi da queste affermazioni possiamo allora concludere che l’esercizio della carità non è delegabile, perché essenziale alla vita cristiana, così come il nutrirsi, il respirare non è delegabile, perché essenziale alla vita fisica.
Il Signore, dopo aver detto: ‘Avevo fame…avevo sete.’, continua dicendo: ’Ogni volta che avete fatto questo al più piccolo l’avete fatto a me’. Questo avverbio ‘ogni volta’ vuol dire che non è qualcosa di programmato, organizzato, programmabile: sono momenti di vita spesso imprevisti, scomodi, disturbanti: sono i passaggi del Signore.
Oggi, venerdì santo con questa pia via crucis ci impegniamo a superare alcune difficoltà che incontriamo ogni giorno, quali la mentalità corrente ancora identifica la carità con l’elemosina e con l’assistenza; la difficolta di unire insieme armonicamente carità e giustizia. In altre parole “non possiamo dare come dono di beneficenza quello che è dovuto per giustizia” (QA). ‘La giustizia senza la carità è incompleta, ma la carità senza la giustizia è falsa’(d.Milani), Si tratta allora di coinvolgere nell’esercizio e nella testimonianza della carità tutta la comunità cristiana, sconfiggere la falsa sicurezza ed autosoddisfazione di quello che si sta facendo, ed essere consapevoli che la difficoltà prima forse sta nella nostra poca fede, incapace di trasformare la vita.
Inoltre l’attività caritativa della chiesa non deve ridursi ad un supporto dell’azione sciale dello stato, né può essere solo manifestazione di solidarietà umana. Madre Teresa di Calcutta diceva spesso alle sue consorelle: “Se non amate Cristo Gesù, se non lo ricevete ogni giorno nell’eucaristia, se non passare ore davanti a lui, prima o poi avete più fiducia in voi stessi, in quello che sapete fare, con le vostre forze che nella grazia di Dio. In quel giorno sarete finite, sarete come le altre, non sarete più sale e il mondo si corromperà, non sarete più luce e il mondo cadrà nelle tenebre”. E continuava: “Ripetete sempre che voi andate in aiuto dei bisognosi perché siete religiose, perché attingete da Cristo la forza per ricominciare daccapo ogni giorno; perché ogni mattina ed ogni sera passate delle ore davanti a Gesù Eucaristia per lasciarvi da lui penetrare. Senza il suo Spirito voi sarete come le altre; brave, bravissime ma non cristiane, con il fiato sempre corto e ansimante e non la pace e la gioia nel cuore” (Madre Teresa di Calcutta)
Esigenza primaria resta quella di ‘farsi fratello’. Ci facciamo fratelli quando ci impegniamo con coloro che hanno bisogno di noi tanto più quanto maggiore è l’impegno. L’impegno nell’amore è la misura della fraternità, cioè se sappiamo compatire efficacemente , sino alla fine. Farsi fratello dell’altro significa uscire dal ‘nostro mondo’, per entrare ‘nel mondo dell’altro’, nella sua cultura e mentalità, nelle sue necessità e nella sua povertà. Farsi fratello suppone soprattutto l’ingresso nel mondo dei poveri. Non consiste solo in un servizio esteriore, ma in un gesto che ci impegna, che ci toglie da noi stessi: gesto che acquista i connotati di una riconciliazione. Tutto questo comporta fatica, sofferenza, sacrificio per affrontare il conflitto che sempre esiste in noi e fuori di noi. Il sacrificio di Cristo è luogo di rivelazione. Gesù non ci ha salvati perché ha versato il suo sangue, ma perché ha continuato ad amare, a perdonare, ad esprimere la misericordia divina anche quando uomini violenti lo martoriavano in modo crudele fino a farlo morire. Quindi il sangue di Cristo non è simbolo delle esigenze di una giustizia divina, ma l’espressione delle possibilità che la misericordia di Dio apre al futuro dell’uomo quando resta fedele all’amore. Fare memoria della fedeltà di Gesù all’amore è individuare il criterio per valorizzare le sofferenze di ogni uomo che ingiustamente è oppresso, è impegnarsi a creare un clima di vita che consenta la nascita di persone gratuite, pronte a donarsi senza riserve per la vita degli altri. “L’Eterno, scrive il teologo B.Forte, Dio Trinità si racconta nel tempo attraverso i poveri gesti di solidarietà, della riconciliazione, della libertà donata e ricevuta, della passione per la giustizia, la pace, più forte di ogni sconfitta…La Trinità origine, grembo e patria dell’amore, rende possibili e plasma profondamente umili e quotidiane storie di carità nella comunità degli uomini: essa si pone in verità come fonte e paradigma della carità, che, nella sua espressione consapevole e piena, è chiamata ad essere la chiesa “.